La vittoria di Monti après coup

Nel paese del naso lungo e della memoria corta, la chiusura della procedura europea di infrazione per debito eccessivo viene celebrata con una mezza bugia e un’omissione intera. La bugia sta nel tono trionfalistico con cui “la promozione in A” viene presentata dal governo di Enrico Letta, quasi il merito fosse suo: un piccolo e giustificabile escamotage di propaganda. L’omissione, più grave, è la damnatio memoriae con cui ormai da ogni parte si cerca di scaricare tutte le colpe delle cose che non vanno su Mario Monti e sul suo governo.
11 AGO 20
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Nel paese del naso lungo e della memoria corta, la chiusura della procedura europea di infrazione per debito eccessivo viene celebrata con una mezza bugia e un’omissione intera. La bugia sta nel tono trionfalistico con cui “la promozione in A” viene presentata dal governo di Enrico Letta, quasi il merito fosse suo: un piccolo e giustificabile escamotage di propaganda. L’omissione, più grave, è la damnatio memoriae con cui ormai da ogni parte si cerca di scaricare tutte le colpe delle cose che non vanno su Mario Monti e sul suo governo, negando inoltre ai tecnici ogni merito. Invece, la “promozione” europea è una netta vittoria après coup di Monti, e la prima conferma dell’efficacia della terapia, dura, adottata dal suo governo, che ha consentito di riportare il debito all’interno dei limiti imposti dagli accordi europei. Ridurre il deficit è un bene in sé, e le conseguenze che questo implica per effetto dei meccanismi europei dovrebbero ampliare, a cominciare dall’anno prossimo, gli spazi di manovra per favorire la ripresa produttiva e occupazionale. Naturalmente si può discutere sul modo in cui la riduzione del deficit è stata perseguita, e sostenere giustamente che sarebbe meglio tagliare le spese che incrementare le entrate fiscali. Ma si dovrebbe poi spiegare che gli aggregati di spesa dimensionalmente paragonabili al deficit sono le pensioni, la sanità e i dipendenti pubblici, a cominciare da quelli della scuola e delle forze di sicurezza. Chi attribuisce alla politica di austerità la fase recessiva che colpisce l’economia italiana dice inoltre un’altra bugia: in realtà già prima, pur in presenza della spesa facile, la crescita era bloccata. E anche su questo, a onore del vero, Mario Monti ha avanzato per tempo le sue critiche, ad esempio sullo scellerato effetto frenante del rapporto solo fintamente conflittuale tra imprese e sindacati. Ma anche su questo, c’è un silenzio che sa di rimozione.
Comunque, è evidente che se ora ci si può porre l’obiettivo di una crescita all’interno del sistema europeo è per merito della faticosa politica del rigore. D’altra parte anche altri casi critici europei, perfino quello estremo rappresentato dalla Grecia, sembrano in grado di uscire dalla fase più acuta per effetto delle misure di rigore che sono state imposte. Il rigore di bilancio non basta, come ripetono tutti, per risolvere i problemi strutturali della competitività italiana e di un’area assai vasta dell’Europa, ma con il bilancio fuori controllo si va al disastro, non per la malvagità dei mercati finanziari, ma per il fatto ovvio che nessuno (non solo dall’estero) è disposto a investire nel debito pubblico o nelle iniziative produttive di un paese inaffidabile. Ora si tratta di trovare il modo di concentrare su strumenti che favoriscano la ripresa le risorse rese disponibili, che non sono illimitate ma neppure irrilevanti, e che sono frutto di un lavoro alla fine ben fatto.